Arci Jesi-Fabriano

Approfondimenti: La fine della classe media

Lascia un commento

Licenziamenti, delocalizzazioni, scomparsa dei sindacati. Negli ultimi quarant’anni i lavoratori statunitensi hanno perso diritti e potere di contrattazione. Le aziende si arricchiscono, ma le famiglie sono sempre più povere

Harold Meyerson, The American Prospect, Stati Uniti. Da Internazionale n.1041. ©

Il fiume di rivelazioni sul caso Watergate, le acrobazie del presidente Richard Nixon per insabbiare la verità, le audizioni per l’impeachment e infine le dimissioni: erano soprattutto queste le notizie di cui parlavano gli statunitensi nel 1974. Quasi nessuno aveva fatto caso a un particolare che all’epoca era sembrato quasi una curiosità statistica. Quell’anno, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, i salari degli americani erano diminuiti.

Dal 1947 le condizioni dei cittadini di tutte le fasce di reddito erano migliorate ogni anno. L’alta marea dell’economia, nella celebre dichiarazione del presidente John F. Kennedy, faceva salire tutte le barche. Nel quarto di secolo dal dopoguerra in poi la produttività era cresciuta del 97 per cento e i salari mediani del 95 per cento. Come osservava nel 1958 l’economista John Kenneth Galbraith in La società opulenta, la nazione, con la sua nuova borghesia, era diventata più egualitaria. Il quinto più povero della popolazione aveva visto aumentare il proprio reddito del 42 per cento dalla fine della guerra, mentre i redditi del quinto più ricco erano cresciuti di appena l’8 per cento. Gli economisti l’avrebbero chiamata l’epoca della “grande compressione”.

Questo egualitarismo, ovviamente, era molto circoscritto. Gli afroamericani avevano da poco ottenuto la parità dei diritti civili e per loro l’uguaglianza economica restava un miraggio. All’inizio degli anni settanta un numero senza precedenti di donne entrò nel mercato del lavoro e dovette affrontare profonde discriminazioni. Le nuove generazioni di lavoratori si ribellavano contro l’alienazione della vita in fabbrica organizzando scioperi in tutto il Midwest. Nessuno però poteva negare che nel 1974 gli americani avessero più agi e sicurezze rispetto a un quarto di secolo prima. Dalla fine della guerra il reddito familiare mediano, cioè quello a metà nella scala dei redditi, era più che raddoppiato.

Poi tutto cambiò. Nel 1974 i salari scesero del 2,1 per cento e il reddito familiare mediano a 1.500 dollari. È vero, fu un anno di lieve recessione, ma il paese aveva già affrontato cinque crisi nel corso di venticinque anni di prosperità senza che ci fosse una contrazione dei salari. Quello che all’epoca nessuno aveva capito era che non si trattava di un’anomalia passeggera: il 1974 avrebbe segnato un punto di svolta nella storia economica del paese. Da allora la marea dell’economia ha continuato a salire, ma sempre più barche sono rimaste ancorate al fondo. La produttività è aumentata dell’80 per cento, ma la retribuzione mediana è cresciuta appena dell’11 per cento. I posti di lavoro a medio reddito degli anni del boom postbellico si sono ridotti in modo sproporzionato e sono aumentati in modo altrettanto sproporzionato i lavori sottopagati. Il lavoro è diventato meno sicuro. La previdenza è stata tagliata. La parola “esubero”, che un tempo faceva pensare a un allontanamento temporaneo dal posto di lavoro, oggi è sinonimo di licenziamento.

Con la contrazione dei redditi, gli americani hanno fatto sempre più fatica a mantenere il loro tenore di vita. In quasi tutte le famiglie c’è stato bisogno di due stipendi. Gli orari di lavoro sono diventati più lunghi. Quando la busta paga non è cresciuta più, le famiglie hanno cercato di tenere il passo sobbarcandosi un’enorme quantità di debiti. La combinazione di debiti sempre più alti e redditi bloccati si è rivelata disastrosa. E con la crisi del 2008 i debiti hanno presentato il conto.

I fattori che hanno cominciato a erodere il benessere economico degli statunitensi negli ultimi trent’anni – globalizzazione, desindacalizzazione, finanziarizzazione, walmartizzazione, robotizzazione e mille altre disgraziateizzazioni – si sono abbattuti tutti insieme sulla popolazione statunitense. Dal 2000, nonostante l’economia sia cresciuta del 18 per cento, il reddito mediano delle famiglie sostenute da adulti sotto i 65 anni è diminuito del 12,4 per cento. Dal 2001 i posti di lavoro a basso reddito sono aumentati dell’8,7 per cento, mentre quelli a medio reddito sono diminuiti del 7,3 per cento. Dal 2003 i salari mediani non crescono di un centesimo.

Il ceto medio statunitense è caduto in disgrazia. Dal 2008 in poi la caduta è stata rovinosa, ma il processo va avanti in modo lento e progressivo da quarant’anni. Il 1974 è stato l’inizio di una svolta epocale. È finita l’epoca della sicurezza economica. È cominciata l’età dell’ansia.

L’era degli scioperi
Oggi lo scenario economico che ha caratterizzato il primo quarto di secolo del dopo- guerra appare non solo anomalo, ma addirittura impensabile. Lo storico Vaclav Smil ha parlato di “straordinaria singolarità”: gli Stati Uniti erano usciti dalla guerra dominando la produzione e i mercati del mondo, e questa ricchezza senza precedenti era stata distribuita tra un’ampia fascia della popolazione.

Senza titoloLa prassi dell’epoca era il fordismo: il datore di lavoro doveva pagare i dipendenti abbastanza da permettergli di comprare i beni prodotti in serie dall’azienda. Ma la traiettoria del fordismo non è stata lineare come potrebbe sembrare guardandola oggi. Gli aumenti salariali nell’America post- bellica furono il risultato di una serie ininterrotta di scioperi. Dall’alto delle loro posizioni di forza nell’economia statunitense, la General Motors (Gm, l’azienda più grande del paese) e la United auto workers (Uaw, il sindacato più forte) avevano combattuto una battaglia epocale nell’inverno del 1945- 46, quando uno sciopero di quasi quattro mesi dei lavoratori iscritti alla Uaw non bastò a garantire al sindacato il diritto di com- partecipazione alla gestione dell’azienda. Nel 1948 le parti raggiunsero un accordo destinato a fare scuola: in cambio dell’impegno del sindacato a non scioperare per due anni, la Gm garantiva per contratto ai dipendenti non solo un consistente aumento, ma anche un adeguamento annuale al costo della vita indicizzato al tasso di inflazione e un “fattore annuale di miglioramento” che legava l’aumento della retribuzione all’aumento della produttività negli Stati Uniti. Nel 1950, dopo un breve sciopero, le due parti sottoscrissero un contratto quinquennale – chiamato “il trattato di Detroit” – che prorogava l’impegno a non scioperare, l’aumento degli stipendi, l’adeguamento al costo della vita e il fattore annuale di miglioramento aggiungendo la copertura sanitaria e pensioni più generose. La crescita dell’economia andava di pari passo con l’aumento della busta paga dei lavoratori del settore auto.

Nel giro di qualche anno le condizioni accordate dalla Gm erano diventate la norma in metà dei contratti con i sindacati negli Stati Uniti, anche se i lavoratori dovettero ricorrere agli scioperi per ottenerle. Nel 1952 parteciparono all’astensione 2,7 milioni di lavoratori. Negli anni cinquanta ci furono in media più di trecento grandi scioperi all’anno. Il più grande sciopero nella storia degli Stati Uniti, in termini di ore di lavoro perse, fu quello del 1959, quando 500mila operai metalmeccanici incrociarono le braccia per 116 giorni chiedendo un aumento salariale e un miglioramento della copertura sanitaria e pensionistica.

I vertici delle aziende non erano certo entusiasti di queste interruzioni, ma le consideravano una normale dinamica delle relazioni industriali. Negli anni quaranta, cinquanta e sessanta molti dirigenti erano convinti che il benessere dei dipendenti fosse una cosa importante. Una volta assunto, un lavoratore capace entrava a far parte della famiglia e acquisiva il diritto a una serie di ricompense. “Il compito del management è mantenere un equilibrio giusto e funzionale tra le rivendicazioni dei gruppi d’interesse coinvolti: azionisti, dipendenti, clienti e opinione pubblica”, disse nel 1951 il presidente della Standard Oil of New Jersey (poi Exxon).

In quegli anni il G.I. bill, la legge sugli aiuti ai veterani di guerra, permise a un nu- mero mai visto di americani di iscriversi al college. Aumentavano i liberi professionisti e con loro crescevano i redditi. Ma erano soprattutto le condizioni di cui godevano i lavoratori sindacalizzati, che all’epoca costituivano due terzi della forza lavoro, a de- terminare la crescita del reddito personale negli Stati Uniti. I contratti collettivi copri- vano un numero tale di lavoratori che i loro vantaggi si estendevano anche ai non iscritti. Nei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti registrarono sia un alto tasso di crescita sia un aumento del livello di uguaglianza, una combinazione che non aveva precedenti nella storia e contrastava con le teorie degli economisti conservatori. Nel 1973 la percentuale di americani che vivevano in povertà crollò all’11,1 per cento. Da allora non è mai più stata così bassa.

Tutta colpa dei salari
All’inizio degli anni ottanta il trattato di Detroit fu praticamente abrogato in modo unilaterale. Tre eventi simbolo segnarono la fine della ricchezza diffusa: la recessione pilotata dal presidente della Federal reserve, Paul Volcker; il licenziamento dei controllori di volo deciso dal presidente Ronald Reagan; e la dichiarazione dell’amministratore delegato della General Electric (Ge), Jack Welch, che l’azienda avrebbe premiato gli azionisti a spese dei lavoratori.

graph2Le avvisaglie non erano mancate. Dal 1974 l’economia statunitense aveva cominciato a fare i conti con l’inflazione. Gli anni settanta furono segnati da due “shock petroliferi”: l’embargo dei paesi dell’Opec del 1973 e il boicottaggio americano del petrolio iraniano dopo la presa del potere degli ayatollah nel 1979. Nel corso del decennio il prezzo del petrolio passò da 3 dollari a 31 dollari al barile. La produttività, che negli anni cinquanta e sessanta era cresciuta a un tasso vicino al 3 per cento annuo, rallentò all’1 per cento. L’Europa e il Giappone si erano ripresi dalla devastazione della guerra e alla fine degli anni sessanta le importazioni giapponesi (concentrate soprattutto nel settore auto) erano raddoppiate. Nel 1971 gli Stati Uniti registrarono il loro primo deficit commerciale dalla fine dell’ottocento. Dal 1976 in poi la bilancia commerciale non ha più smesso di essere in deficit.

I profitti delle imprese statunitensi, in gran parte ancora organizzate su scala nazionale, subirono una battuta d’arresto. Il Dow Jones, l’indice della borsa di New York, nel 1972 aveva superato i mille punti: l’anno successivo crollò per l’embargo del petrolio e non sarebbe più tornato ai quei livelli per dieci anni. Anche se il fattore che più aveva contribuito all’inflazione era l’aumento dei prezzi energetici, secondo un numero crescente di dirigenti d’azienda ed esperti il problema dell’economia erano i salari dei lavoratori. “Alcune persone dovranno arrangiarsi con meno”, scriveva BusinessWeek in un editoriale. “Ma sarà una pillola difficile da ingoiare per molti americani: avere di meno per permettere alle grandi imprese di avere di più”.

Con il secondo shock del petrolio l’inflazione toccò il 13,5 per cento. Volcker rispose provocando una recessione. “Il tenore di vita dell’americano medio deve scendere”, disse. Nel 1981 il presidente della Fed alzò il tasso di interesse sui fondi federali quasi al 20 per cento, provocando la brusca frenata di buona parte dell’attività economica americana. L’anno successivo il tasso di disoccupazione era arrivato al 10,8 per cento, il massimo nel dopoguerra.

Il Midwest industriale non si sarebbe più ripreso. Tra il 1979 e il 1983 andarono persi 2,4 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero. Nel corso degli anni ottanta il numero degli operai metalmeccanici scese da 450mila a 170mila nonostante una con- trazione dei salari del 17 per cento. Nel settore automobilistico il crollo fu ancora più vertiginoso: nel 1978 i dipendenti erano 760mila, tre anni dopo appena 490mila. Nel 1979, con la Chrysler sull’orlo del fallimento, la Uaw rinunciò a oltre 650 milioni di dollari in salari e benefit per salvare l’azienda. La General Motors e la Ford non rischiavano il fallimento, ma pretesero e ottennero condizioni simili. In cambio dell’impegno da parte della Gm di non chiudere alcune fabbriche negli Stati Uniti, la Uaw accettò di differire nel tempo l’adeguamento al costo della vita e di rinunciare agli incrementi annuali legati alla produttività. Da quel momento in poi, i salari dei lavoratori americani non sarebbero più cresciuti di pari passo con la produttività dell’economia statunitense. L’alta marea non faceva più salire le barche.

Democratici e repubblicani affrontarono l’inflazione della fine degli anni settanta con misure che ridussero fortemente i redditi da lavoro. La soluzione dei democratici, promossa sia dal presidente Jimmy Carter sia dal suo rivale liberal, il senatore Edward Kennedy, fu la deregolamentazione. Su iniziativa dei democratici furono deregolamentati i settori dell’autotrasporto e del traffico aereo, con un relativo abbassamento dei prezzi e dei salari. Dal 1975 al 2000 i salari degli autotrasportatori sono diminuiti del 30 per cento. Lo stesso declino salariale avrebbe accompagnato la deregolamentazione in altri settori, come le telecomunicazioni.

Se Volcker e Carter avevano attaccato i sindacati in maniera indiretta, quello di Reagan fu un assalto frontale. Alle elezioni del 1980 il sindacato dei controllori di volo era stato una delle poche organizzazioni dei lavoratori a sostenere la sua candidatura. Eppure i controllori non erano riusciti a raggiungere un accordo con il governo, e quando decisero di entrare in sciopero violando la legge federale, Reagan li licenziò in blocco.

L’approccio antisindacale di Reagan fu presto adottato da gran parte delle imprese del settore privato. Nel 1983 la seconda maggiore azienda di estrazione del rame del paese, la Phelps Dodge, eliminò l’adeguamento al costo della vita. I lavoratori entrarono in sciopero e l’azienda li sostituì con dei neoassunti che di fatto delegittimarono il sindacato. Lo stesso anno la Greyhound Bus tagliò i salari: anche in questo caso i dipendenti entrarono in sciopero e l’azienda prese al loro posto dei lavoratori sottopagati. Sempre nel 1983 la Louisiana Pacific, la seconda più grande azienda del settore del legname nel paese, abbassò il salario orario d’ingresso provocando uno sciopero che si concluse con la sconfitta dei lavoratori. Poi fu la volta di Eastern Airlines, Boise Cascade, International Paper e Hor- mel Meatpacking. Il copione era sempre lo stesso: costringere i lavoratori allo sciopero per indebolire o distruggere i loro sindacati. Nel mondo capovolto degli anni ottanta lo sciopero era diventato uno strumento nelle mani delle aziende per colpire i sindacati. E, tranne che in circostanze eccezionali, i sindacati rinunciarono allo sciopero. Negli anni sessanta e settanta si organizzavano in media 286 grandi scioperi ogni anno. Negli anni ottanta erano scesi a 83, per precipitare a 34 negli anni novanta e a 20 negli anni duemila. Dal 1820 al 1970 i lavoratori avevano avuto due modi per contrattare il rialzo dei salari: minacciare di portare i loro servizi altrove grazie a un’economia in piena occupazione e incrociare le braccia finché l’azienda non avesse accolto le loro richieste. Dall’inizio degli anni ottanta è rimasta solo la prima opzione, e forse neanche più quella. Tranne che alla fine degli anni novanta, l’economia non si è mai avvicinata alla piena occupazione.

La legge della borsa
Alla perdita del potere di contrattazione da parte dei lavoratori si aggiunse un radicale cambio di visione da parte delle imprese riguardo la loro missione aziendale. Nell’agosto del 1981, al Pierre hotel di New York, il nuovo amministratore delegato della General Electric, Jack Welch, pronunciò una sorta di discorso inaugurale intitolato “Crescere velocemente in un’economia che cresce lentamente”. Con il suo arrivo, annunciò Welch, la Ge si sarebbe liberata di tutti i settori aziendali che non erano primi o secondi nei rispettivi mercati. Se questo significava perdere posti di lavoro, pazienza. L’importante era restituire preminenza all’azienda, e la misura della preminenza di un’azienda era il valore del titolo in borsa.

Tra la fine del 1980 e il 1985 Welch portò il numero dei dipendenti della Ge da 411mila a 299mila e tagliò la ricerca. E in borsa il titolo volò. Trovare il giusto equilibrio tra gli interessi di dipendenti, azionisti, consumatori e opinione pubblica non serviva più. La nuova azienda modello rispondeva solo ai suoi azionisti.

Qualche anno prima del discorso di Welch alcuni economisti conservatori, soprattutto dell’università di Chicago, avevano osservato come l’impresa americana di metà secolo fosse soggetta a una molteplicità di spinte contrastanti. Aumentare il valore del titolo dell’azienda in borsa, sostenevano, dava ai dirigenti un obiettivo chiaro, che diventava ancora più chiaro se erano incentivati attraverso il pagamento in azioni. Dopo il discorso di Welch l’unico obiettivo dei dirigenti d’azienda diventò l’aumento del valore delle azioni dell’azienda (e delle loro) in borsa. Se i ricavi non crescevano, e anche se crescevano, l’obiettivo poteva essere raggiunto riducendo i salari, abbassando le pensioni, facendo pagare l’assistenza sanitaria ai dipendenti, tagliando la ricerca, eliminando la formazione e spostando all’estero la produzione.

Alla fine del secolo il ridimensionamento del ruolo dei lavoratori era ormai un dato riconosciuto apertamente dalle imprese. Negli anni ottanta il Conference board, un’organizzazione di ricerca indipendente, aveva fatto un sondaggio tra i dirigenti d’azienda: per il 56 per cento degli intervistati “i dipendenti che rimangono fedeli all’azienda e ne portano avanti gli obiettivi economici meritano l’assicurazione della continuità del posto di lavoro”. Quando il Conference board ha ripetuto il sondaggio negli anni novanta, la percentuale era scesa al 6 per cento. “La fedeltà all’azienda è una sciocchezza”, ha detto una volta Jack Welch.

La rivoluzione di Walmart
Nel 1938, durante la sua campagna per convincere il congresso a introdurre il salario minimo federale, il presidente Franklin D. Roosevelt aveva detto a una folla radunata a Forth Worth: “Servono più industrie in Texas, ma io so che voi sapete quanto è importante non cercare di attirare le industrie attraverso la strada dei ribassi salariali”. In realtà gli imprenditori e i politici degli stati del sud non sapevano nulla di tutto questo. A tenere lontane dal sud le imprese statunitensi erano il caldo opprimente e una discriminazione razziale se possibile ancora peggiore.

Trent’anni dopo il sud era stato ormai climatizzato e la segregazione si era attenuata. Gli anni settanta furono il primo decennio dall’inizio del secolo in cui gli statunitensi che si trasferivano nella regione furono più numerosi di quelli che se ne andavano. In quegli anni solo il 14 per cento dei nuovi posti di lavoro fu creato nel Nordest e nel Midwest, le zone tradizionalmente industriali, mentre l’86 per cento proveniva dalla cosiddetta Sunbelt, gli stati del sud.

L’azienda “ sudista” per eccellenza, che più di tutte ha contribuito ad assoggettare il mercato del lavoro americano ai sotto-standard del sud, è Walmart, nata da un unico punto vendita a Rogers, in Arkansas, nel 1962. Quell’anno il salario minimo federale – 1,15 dollari all’ora – fu esteso anche ai lavoratori del commercio al dettaglio. Il fondatore della Walmart, Sam Walton, pagava i dipendenti dei suoi negozi la metà. Poiché la legge inizialmente si applicava solo alle imprese con cinquanta o più dipendenti, Walton sostenne che ognuno dei suoi negozi era un’azienda a sé. Il ministero del lavoro respinse l’obiezione, multando Walton per violazione della legge federale.

Imperterrita, la Walmart ha continuato a combattere la sua battaglia per l’abbassamento dei salari nei successivi cinquant’anni della sua inesorabile espansione. Nel 1990 è diventata il più grande rivenditore al dettaglio del paese, e oggi è il più grande datore di lavoro privato del mondo, con 1,3 milioni di dipendenti negli Stati Uniti e poco meno di un milione all’estero.

Uscita dai confini dell’Arkansas, la Walmart ha imposto anche al nord del paese gli standard sudisti di Walton. Nel commercio al dettaglio gli stipendi di solito pesano per l’8-12 per cento delle vendite: alla Walmart i manager hanno il mandato di contenere la spesa per gli stipendi tra il 5,5 e l’8 per cento. Ogni volta che un negozio Walmart apre in un nuovo territorio, spinge ai margini i concorrenti che pagano salari più alti o li costringe ad abbassare gli stipendi. Uno studio di David Neumark, economista dell’università della California a Irvine, mostra che a otto anni dall’arrivo della Walmart in una nuova contea i salari di tutti i lavoratori si abbassano da un minimo del 2,5 per cento a un massimo del 4,8 per cento rispetto alle contee dove non ci sono punti vendita Walmart.

Controllando una fetta enorme del commercio al dettaglio degli Stati Uniti, compreso circa il 20 per cento del mercato alimentare, la Walmart è riuscita a imporre una riduzione dei prezzi lungo tutta la sua catena di approvvigionamento. Per difendersi, le aziende manifatturiere hanno tagliato i salari e si sono spostate all’estero in cerca di manodopera a basso costo. I magazzinieri che scaricano i container in cui i prodotti dell’azienda vengono spediti dalla Cina agli Stati Uniti e li riconfezionano per la vendita lavorano formalmente per agenzie di lavoro temporaneo, anche se molti fanno lo stesso lavoro da anni.

Esternalizzare il lavoro alle agenzie è solo uno dei sistemi attraverso i quali Walmart riduce quello che considera il rischio di sindacalizzazione. Quando i dipendenti di un magazzino in Canada hanno votato per aderire al sindacato, Walmart ha chiuso il negozio. Quando i macellai di un punto vendita in Texas hanno votato per aderire al sindacato, Walmart ha eliminato la macelleria da quel punto vendita e da tutti gli altri punti vendita in Texas e nei sei stati confinanti.

Il recente sbarco nel sud di fabbriche non sindacalizzate di provenienza europea e giapponese ha avuto effetti simili. Nei loro paesi la Mercedes, la Volkswagen e la Toyota lavorano a braccetto con i sindacati, e le aziende tedesche pagano i loro dipendenti quanto, o addirittura più, dei lavoratori statunitensi meglio retribuiti del settore auto. Quando arrivano nel sud degli Stati Uniti, però, le aziende europee si adeguano ai costumi del luogo: non solo pagano i dipendenti molto meno rispetto ai loro colleghi europei o giapponesi, ma cercano di impedirgli di organizzarsi in sindacati.

Uno dei modi per abbassare i salari dei lavoratori è non assumerli direttamente. Secondo la stima di un ex manager, circa il 70 per cento dei lavoratori della fabbrica della Nissan a Smyrna, nel Tennessee, non è dipendente della Nissan ma è messo sotto contratto da agenzie di lavoro temporaneo che li paga circa la metà di quanto l’azienda giapponese paga i suoi dipendenti. Secondo uno studio universitario, nel 1989 solo il 2,3 per cento dei lavoratori dell’industria aveva un contratto temporaneo. Nel 2004 la percentuale è salita all’8,7 per cento.

La concorrenza del sud è uno dei motivi che spiegano perché i nuovi assunti delle fabbriche delle tre grandi aziende automobilistiche di Detroit hanno un salario orario tra i 16 e i 19 dollari, mentre i lavoratori assunti prima della creazione del sistema dei “due livelli” ricevono tra i 29 e i 33 dollari all’ora. Un effetto cumulato della walmartizzazione è che i redditi del Midwest industriale stanno scivolando verso gli standard dell’Alabama e del Tennessee. Secondo Moody’s Analytics, il divario salariale tra i lavoratori del Midwest e quelli del sud, pari a 7 dollari nel 2008, alla fine del 2011 si è ri- dotto ad appena 3,34 dollari.

Fuga all’estero
Mentre i dirigenti cominciavano a ricompensare gli azionisti attraverso il taglio del costo del lavoro, la rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni permetteva alle aziende di spostare gli impianti di produzione nei paesi in via di sviluppo, dove la manodopera costa meno. La fuga all’estero dei posti di lavoro è stata accelerata da una serie di accordi commerciali, in particolare l’accordo nordamericano per il libero scambio del 1993 e l’estensione alla Cina dell’accordo Permanent normal trade relations nel 2000.

Negli anni novanta e duemila il settore tessile e dell’abbigliamento ha perso più di 900mila posti di lavoro. Ma neanche la manifattura high-tech è stata risparmiata, con una perdita di circa 760mila posti di lavoro nell’elettronica e nell’informatica. Affidando la produzione dell’iPhone alla multinazionale cinese Foxconn, la Apple ha realizzato un margine di profitto del 64 per cento su ogni pezzo, uno dei molti motivi che spiegano l’impennata del titolo in borsa. Dal 2000 al 2010 il numero di statunitensi che lavorano nel settore manifatturiero è sceso da 17,1 milioni a 11,3 milioni. Nel 2011, per la prima volta, i lavoratori del commercio al dettaglio (dove i salari sono più bassi) hanno superato quelli dell’industria.

La strage dell’industria non è stata dovuta a una brusca accelerazione della produttività. Gli incrementi produttivi sono stati maggiori nel decennio scorso, quando la perdita netta di posti di lavoro è stata minore. A fare la differenza è stata la politica commerciale. L’economista Rob Scott ha calcolato che gli Stati Uniti hanno perso 2,4 milioni di posti di lavoro solo a vantaggio della Cina negli otto anni successivi all’approvazione dell’accordo sulla normalizzazione delle relazioni commerciali.

Lo spostamento del lavoro all’estero ha avuto un impatto ancora maggiore sull’occupazione interna. Alan Blinder, economista di Princeton e vicepresidente della Federal reserve negli anni novanta, ha calco- lato che circa il 25 per cento dei posti di lavoro negli Stati Uniti potrebbe essere delocalizzato. Questa situazione ha messo un tetto ai salari di molte occupazioni che possono essere spostate all’estero.

Gli economisti hanno pensato per anni che la quota del lavoro sul reddito nazionale variasse talmente poco da poter essere considerata una costante. L’immutabilità della quota del lavoro è stata chiamata legge di Bowley dal nome dello storico economico britannico Arthur Bowley, il primo a notare il fenomeno quasi un secolo fa.

Dopo il crollo dell’economia nel 2008 la legge di Bowley è stata spazzata via. Oggi la quota dei salari sul reddito nazionale, per decenni superiore al 50 per cento, è al minimo storico del 43 per cento, mentre la quota di reddito dei profitti d’impresa non è mai stata così alta. Il quadro della vita economica americana è quello di una mobilità di massa verso il basso. Secondo uno studio del National employment law project pubblicato nel 2012, le occupazioni meno pagate (quelle con una retribuzione oraria inferiore ai 13,83 dollari all’ora) hanno pesato per il 21 per cento sulla perdita dei posti di lavoro durante la recessione, mentre costituiscono oltre la metà dei posti di lavoro creati da quando la recessione è finita. Le occupazioni medie, invece (quelle con una retribuzione oraria compresa tra i 13,84 e i 21,13 dollari), rappresentano i tre quinti dei posti di lavoro persi durante la recessione e appena il 22 per cento di quelli di nuova creazione.

Nel 2013 i tre maggiori datori di lavoro del settore privato negli Stati Uniti erano tutti rivenditori al dettaglio che pagavano salari bassi: Walmart, Yum! Brands (che possiede Taco Bell, Pizza Hut e Kentucky Fried Chicken) e McDonald’s. Nel 1960 i tre maggiori datori di lavoro erano aziende di servizi di pubblica utilità o colossi industriali con dipendenti ben pagati e sindacalizzati: General Motors, At&t e Ford.

Il declino del lavoro negli Stati Uniti è in ultima analisi una conseguenza del declino del potere dei lavoratori. Dagli anni settanta in poi le aziende hanno cercato sempre di più di fermare l’espansione dei sindacati nelle regioni del paese o nei settori economici in crescita. È nata una nuova industria, quella dei consulenti che aiutano le aziende a sconfiggere i tentativi di sindacalizzazione dei lavoratori. Il National labor relations act, la legge sulle relazioni industriali, proibisce il licenziamento dei lavoratori impegnati in campagne sindacali, ma le sanzioni sono minime. I licenziamenti sono diventati la regola. Quattro diversi tentativi dei sindacati di rafforzare le tutele per i lavoratori durante le amministrazioni Johnson, Carter, Clinton e Obama sono falliti. Nel 2013 la quota dei lavoratori sindacalizzati delle imprese private è scesa al 6,6 per cento, e la contrattazione collettiva è di fatto scomparsa dal settore privato.

Il crollo del potere contrattuale dei lavoratori aiuta a spiegare uno dei principali paradossi dell’economia statunitense di oggi: i dipendenti non sono ricompensati per gli incrementi di produttività. “Oggi negli Stati Uniti un operaio di fabbrica è responsabile in media di oltre 180mila dollari di produzione all’anno, il triplo rispetto ai 60mila dollari del 1972”, scrive l’economista Mark Perry dell’università del Michigan. “Rispetto agli anni settanta abbia- mo raddoppiato la produzione industriale con circa 7 milioni di lavoratori in meno”. In molti settori gli incrementi di produttività superano addirittura le stime di Perry. “Trent’anni fa un lavoratore impiegava dieci ore per produrre una tonnellata d’acciaio”, ha detto nel 2011 John Surma, amministratore delegato della U.S. Steel. “Oggi bastano due ore”.

Secondo la teoria economica convenzionale questi incrementi produttivi avrebbero dovuto tradursi in consistenti aumenti di stipendio per i lavoratori. Ma la teoria economica convenzionale non tiene conto del potere delle dirigenze aziendali e degli azionisti e della debolezza dei lavoratori. La sociologa Tali Kristal, dell’università israeliana di Haifa, spiega che dal 1970 la quota di ricavi destinata a salari e previdenza nel settore manifatturiero è scesa del 14 per cento, a fronte di una crescita di pari misura della quota dei profitti. Un fenomeno simile si registra nei trasporti, dove la quota dei salari si è ridotta del 10 per cento, e nell’edilizia, dove è scesa del 5 per cento. Ad accomunare questi settori è il dimezzamento del tasso di sindacalizzazione negli ultimi quarant’anni. Gli incrementi di produttività sono stati spartiti secondo la semplice aritmetica del potere.

Solo se si tiene conto della soppressione del potere dei lavoratori si spiega la generalizzata diminuzione dei posti di lavoro ad alta retribuzione negli ultimi 35 anni. Solo se consideriamo l’erosione del potere contrattuale del lavoro possiamo capire perché le imprese statunitensi, con oltre 1.500 miliardi di dollari di liquidità, hanno scelto di riacquistare le proprie azioni e aumentare i dividendi, ma non hanno nemmeno preso in considerazione l’idea di aumentare i salari.

Riprendersi il futuro
Dunque l’America del 1947-74 – l’America dei baby-boomers – è stata solo una grande eccezione nella storia economica del paese, un’età dell’oro che non tornerà più? Le condizioni che portarono al boom del dopoguerra e alla prosperità diffusa sono state davvero così anomale che il mito del suc- cesso americano continuerà a sbiadire sempre di più? Le forze della globalizzazione e della robotizzazione continueranno inesorabilmente a far crescere i redditi di pochi a scapito dei più?

Che l’egemonia statunitense sull’economia mondiale nei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale sia un fenomeno irripetibile è assodato. Che la globalizzazione e l’automazione abbiano determinato enormi cambiamenti nell’economia americana è ovvio. Ma vale la pena sottolineare che negli ultimi quarant’anni c’è stato un paese industrialmente avanzato che ha visto migliorare le condizioni dei lavoratori: la Germania. Come le multinazionali statunitensi, i colossi dell’industria tedesca (Daimler, Siemens, Basf e altri) han- no fabbriche in tutto il mondo. Ma, a differenza delle multinazionali statunitensi, hanno tenuto in patria i posti di lavoro più remunerativi e la produzione a maggior valore aggiunto. Il 19 per cento della manodopera tedesca è impiegata nel settore manifatturiero, contro l’8 per cento degli Stati Uniti. Salari e benefit dei lavoratori industriali tedeschi sono di un terzo più alti di quelli americani. Mentre gli Stati Uniti han- no il deficit della bilancia commerciale più alto del mondo, la Germania ha un surplus secondo solo a quello della Cina (e qualche volta riesce anche a superarlo).

Certo, l’identità tedesca è molto più legata alla manifattura rispetto a quella statunitense. Questo è dovuto a una serie di meccanismi nazionali che non solo favoriscono la manifattura grazie a politiche eccellenti come quelle della formazione professionale, ma danno anche più potere ai lavoratori. Per legge, le aziende tedesche con più di mille dipendenti devono avere in consiglio di amministrazione un numero uguale di rappresentanti dei dirigenti e dei lavoratori. Per la gran parte, le aziende tedesche non si finanziano con l’emissione di azioni e obbligazioni, ma attraverso l’investimento interno o facendosi prestare soldi dalle banche. Il ruolo degli azionisti è insignificante. Seguendo la strada di un capitalismo che mette al centro il dipendente e la comunità, la Germania è riuscita ad adattarsi alle stesse forze della globalizzazione che hanno investito gli Stati Uniti senza ridimensionare la forza contrattuale e i redditi dei lavoratori.

La crescita dei redditi non è l’unica cosa scomparsa negli ultimi quarant’anni in America. Gli statunitensi sentono di aver perso il controllo delle loro vite. I giovani laureati che fanno mestieri per i quali basterebbe un diploma superiore, i disoccupati di mezza età che decidono di ritirarsi da un mercato del lavoro che non ha più posto per loro, i 45-60enni costretti a rimandare il pensionamento perché non hanno risparmiato abbastanza: tutta questa gente con- duce un’esistenza che non ha nulla a che fare con le aspirazioni che gli americani fino a poco tempo fa pensavano di poter soddisfare. In un sondaggio del Pew research center del maggio del 2013 è stato chiesto a un campione di statunitensi se pensano che i bambini di oggi staranno meglio o peggio dei loro genitori. Il 62 per cento ha risposto peggio, il 33 per cento meglio. Gli studi sul declino della mobilità intergenerazionale dicono che questo pessimismo è fondato.

L’estinzione della grande e dinamica classe media che aveva caratterizzato gli Stati Uniti nel dopoguerra non è il frutto delle leggi dell’economia o della fisica. Molti degli elementi che hanno ostacolato la rifondazione di un’America più prospera ed ugualitaria sono in fin dei conti artifici politici, suscettibili di correzioni politiche. Per mettere in atto queste correzioni servirà una mobilitazione politica straordinaria, prolungata ed eroica. Gli americani dovranno trasformare l’ansia in indignazione, e usare questa indignazione per riprendersi la loro fetta del futuro del paese.

L’AUTORE

Harold Meyerson è un giornalista dell’AmericanProspect. Scrive una column settimanale sul Washington Post.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...